“Nel grembo del fuoco”
Nel grembo d’una casa intatta e quieta, ove il profumo di pane era preghiera, sognava un mondo che non conosce meta di chi impugna la spada, e non la seta. Ricamava speranze al lume fioco, mentre il ventre si gonfiava d’universo, senza pensare che il destino, poco a poco, le avrebbe scritto addosso un canto avverso. Tra i gerani sul davanzale assorto, udì la voce greve della morte, come un tuono d’inferno, cieco e storto, che spalancò le porte alla sua sorte. Fuggì nel pianto della sua dimora, tra vetri infranti e pareti squarciate, con passi lievi come l’aurora che nasce, e ignora le notti sbranate. Il cielo, grigio e fumo, urlava sangue, e sotto i ponti crollava la fede. Ogni secondo era un morso, un’anguilla che langue, una lama nel cuore che non cede. Nei rifugi scavati con le mani, dove l’eco del pianto è una ninna nanna, ascoltava i sospiri dei suoi umani, mentre la pancia la tirava, e s’inganna. Poi venne il giorno — crudele e sublime — in cui la terra tremò senza pietà, e tra il fragore di sirene e rime di spari, il tempo si fermò a metà. Lì, tra la polvere e il grido del vento, partorì la speranza col fiato rotto. Nacque il suo bimbo, in un istante lento, mentre il mondo sbriciolava sotto.
Il vagito fu come un canto sacro, che sfidò la follia e l’odio armato. Fu come un sole che sfonda l’antracite d’un acre cielo, e lacera il buio ormai spezzato. Ma mentre strinse al petto la sua luce, un colpo infame sfiorò le fondamenta. Sentì la morte che silente induce, e intorno a sé la vita era una lenta carezza amara, un dono che si rompe nel paradosso d’esser madre in guerra: che crea un’anima sotto queste bombe che tutto distruggono, anche la terra. E canta ora, con voce che non trema, l’elogio di chi ama e non soccombe: tra mille croci, un’unica diadema, suo figlio, nato in mezzo alle bombe.
Scritta dalle alunne Parrilla Serena e Gagliardi Antonella
dell’Istituto di Istruzione Superiore di Cariati (CS).
